martedì 22 maggio 2012

Ralph Dahrendorf, “Homo sociologicus”: rilettura di alcune pagine di sociologia

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Le scienze sociali - che nel secolo scorso in tutto il mondo occidentale hanno apportato un notevole progresso nella comprensione del comportamento degli individui, dei gruppi sociali e dei fenomeni di massa - vivono da qualche decennio una fase di stallo. Alcuni politici hanno di volta in volta cercato di appoggiarsi ad esse ma, quando hanno cominciato a temerne una intollerabile intrusione, hanno sempre finito per osteggiarle. D’altro canto l’utilizzo improprio dei media da parte di molti “divulgatori” di queste discipline ne ha ingiustamente ridotto la portata culturale, creando una diffusa sensazione della loro inutilità.
Non pochi sono però gli studiosi che nel passato avevano dato contributi culturali di grande rilievo, frutto di faticose ricerche e di seri tentativi di sistematizzazione. E’ per questo che ravvedo una certa utilità nel proporre sul blog l’esposizione o la rielaborazione di alcuni dei concetti più significativi di queste discipline. Se la sociologia rischia da alcuni decenni di essere banalizzata attraverso alcune improvvisazioni giornalistiche o dalle chiacchiere dei salotti televisivi, forse non sarà inutile rispolverare il contributo di pensatori come Marx, Durkheim, Pareto, Weber, Parsons o Dahrendorf, che ad essa hanno dedicato la vita, e di ricordare come anche in Italia abbiamo avuto studiosi di un certo livello. Fra questi voglio ricordare un uomo di grande stile ed intelligenza, il prof. Franco Ferrarotti, che primo fra tutti dagli anni Cinquanta ha dato e dà dignità a queste discipline, ed un docente universitario ingenerosamente ignorato dal web, il prof. Giorgio Braga, che negli anni Sessanta, in tre piccoli Quaderni dell’Istituto Superiore di Scienze sociali di Trento, era riuscito a compendiare magistralmente tutto ciò che poteva servire ai suoi giovani allievi per innamorarsi della sociologia e portare avanti la ricerca.
Il concetto di “ruolo sociale” qui di seguito riportato è una libera rielaborazione del secondo capitolo del saggio “Homo sociologicus” di Ralph Dahrendorf (1929-2009).
Il testo citato è rintracciabile alla pagina web
Il paradosso del "tavolo della fisica".
I concetti di cui si avvale la scienza sono il più delle volte molto distanti dall’esperienza comune. L’atomo, ad esempio, nessuno l’ha mai visto e nessuno potrebbe mai assicurare che corrisponda esattamente all’immagine che ne danno i libri di fisica. Eppure su questa struttura immaginaria si sono costruite molecole vere, utilizzate poi nell’industria per fabbricare materiali prima sconosciuti.
Per esprimere la distanza fra il concetto scientifico di atomo e la realtà comunemente percepita, Ralph Dahrendorf (1929-2009) usa il paradosso del "tavolo della fisica”: per tutti un tavolo è solo un ripiano sostenuto da tre o più assi di legno che poggiano su una superficie solida, mentre per il fisico esso è anche un oggetto scomponibile in parti infinitesimali, invisibili non solo all’occhio ma anche al microscopio. All’uomo comune questa prospettiva sembra del tutto superflua, ma nella vita quotidiana egli stesso ne utilizza i risultati. Oggetti di plastica, automobili o strumenti elettronici non riempirebbero ora le case e le strade, senza il ricorso all’idea che ci si è fatta delle ‘sostanze ultime’ di cui è composto l’universo.
Il metodo di ricorrere ad una “costruzione ipotetica” (‘supponiamo che sia così e verifichiamo se i risultati ci danno ragione’) per spiegare ed eventualmente modificare il mondo fisico può valere anche per comprendere in una certa misura il comportamento umano: tanto quello individuale quanto quello dei gruppi sociali ristretti (famiglia, scolaresca, azienda) o di un’intera collettività. Il concetto più importante finora raggiunto, in questo campo e a questi scopi, è quello di ‘ruolo sociale’.

Le norme sociali.
Quando un bambino nasce, avverte solo i bisogni più elementari e, fra gli altri, il bisogno di protezione affettuosa da parte degli adulti. Per lui ancora non esistono regole di comportamento, ma gradualmente imparerà ad osservarle: imparerà un certo linguaggio e con quel linguaggio imparerà a comportarsi secondo modalità abbastanza precise: “Saluta lo zio! Non toccare il cibo con le mani! Vestiti in fretta, altrimenti fai tardi a scuola!”. Tutte queste regole non sono state create dagli adulti con cui egli viene a contatto, perché essi a loro volta le hanno imparate dalle generazioni precedenti.
Col tempo le regole subiscono delle modifiche, ma ciò avviene sempre gradualmente e riguardano i dettagli più che i principi fondamentali. Persino dopo le grandi rivoluzioni, magari cambiano i gruppi sociali al potere, ma è difficile che cambino radicalmente i comportamenti più diffusi e radicati nella società.

Il ruolo degli individui nella società.
Il concetto di “ruolo sociale” - non del tutto nuovo perché, come ricorda Dahrendorf, se ne trova traccia anche in termini usati quasi con lo stesso significato da duemila anni (maschera, personaggio, carattere) - parte dalla metafora del mondo sociale come ‘teatro’, in cui ad ogni personaggio corrisponde una serie di comportamenti, complementari o contrapposti a quelli assegnati agli altri personaggi, ma sempre tali da essere compatibili nell’ambito di un’unica trama.
Anche nella società, come nel teatro, i comportamenti non sono completamente liberi. Alcuni sono vincolanti per tutti i membri (osservanza delle norme di diritto), ma poi per ogni ‘tipo’ di individuo esiste una ‘gabbia’ di comportamenti, la cui inosservanza prevede delle punizioni ancora più dolorose di quelle pecuniarie o detentive previste dal diritto: sono l’ ‘emarginazione’ dai gruppi sociali di appartenenza o l’ostracismo da parte dell’intera collettività.
Queste ‘gabbie’ di comportamenti, che forse sarebbe più corretto definire ‘schemi’, non sono relative ad un individuo in quanto tale, ma in relazione alla posizione sociale da lui occupata (‘status’). Il comportamento che ‘ci si aspetta da un bambino’ non è uguale a quello di un uomo adulto o un vecchio; quello di un uomo è ancora diverso da quello di una donna; diverso il comportamento previsto per un maestro da quello dei suoi allievi; diverso quello di un imprenditore e di un lavoratore dipendente.

Molteplicità dei ruoli per ogni individuo.
Come in una commedia un attore recita la parte del figlio e in un’altra quella del padre (e talvolta, con opportuni accorgimenti nei vestiti e nel trucco, un dato attore può nell'ambito della stessa commedia uscire dai panni del figlio per indossare quelli del padre), anche nella società lo stesso individuo ha più ruoli, cioè diversi schemi di comportamento correlati alle sue diverse posizioni. La stessa persona perciò ha atteggiamenti, parole e azioni diverse quando entra in ufficio come ragioniere, quando torna a casa per cenare con la famiglia o quando va al bar con gli amici. Ragioniere, padre e habitué di un locale pubblico sono figure diverse che operano in più ambiti, nei quali sono previsti quei particolari comportamenti ritenuti per lui più appropriati. Entrando in ufficio il ragioniere si dimostrerà rispettoso verso i dirigenti, sedendosi a tavola insegnerà ai figli come usare le posate, recandosi in un locale pubblico con gli amici potrà dare sfogo alle sue passioni sportive. Sarà invece quasi impossibile per lui dare sfogo alle sue passioni in ufficio o insegnare agli amici del bar come si usano le posate o essere sussiegoso anziché autorevole mentre siede a tavola coi figli.
Sono esempi e schemi che nella commedia variano a seconda della trama, mentre nella vita reale variano a seconda dei rapporti sociali nei quali ci si trova inseriti, ma in linea generale non esiste società che possa fare a meno di questi schemi, oppure di schemi alternativi. L’importante è che anche i rapporti sociali, come le commedie, siano organizzati in modo coerente e con ‘parti’ che siano complementari le une con le altre.

Autenticità dei ruoli.
Nonostante le analogie riscontrate fra teatro e società, esiste fra i due ambiti una differenza di fondo. L’attore di teatro non crede, anzi non deve credere, di “essere” il personaggio che sta interpretando. Per contro l’interprete di un ruolo sociale, non può “fingere” di fare il ragioniere o il padre o il membro di un gruppo di amici che si incontrano con regolarità in un locale pubblico.
Per svolgere in modo credibile quei tre diversi ruoli, deve averli interiorizzati fin da bambino, elaborati nella giovinezza e consolidati nell’età adulta. In famiglia non ci si può togliere con leggerezza la ‘maschera’ del padre per comportarsi come un figlio, né in azienda assumere oggi l’atteggiamento tipico di un lavoratore subordinato e domani quello di un dirigente: o si è l’uno o si è l’altro . Finché non mutano gli status, i ruoli non sono intercambiabili: solo quando il ragioniere, stanco del suo lavoro o insoddisfatto della retribuzione, decide di mettere su una sua azienda ed assume degli impiegati, potrà parlare come un dirigente. Insomma, nonostante che il teatro sia metafora della società, mentre nel primo regolarmente si finge, nella seconda bisogna fare sul serio, bisogna ‘essere’ in un certo modo.

Ambiti di discrezionalità nell’attuazione dei ruoli.
Pochi giorni fa ricordavo, nel commento al racconto di un caro amico, la distinzione fatta da G. H. Mead, nell’ambito della coscienza, fra il ‘me’ e l’ ‘io’. Il primo consiste nell’idea che noi ci facciamo di noi stessi in base a ciò che gli altri si aspettano da noi, il secondo impara ad osservare se stesso oltre che gli altri e a prendere decisioni più o meno coerenti con l’idea che si è fatto di sè. Nel fare ciò, l’ ‘io’ cerca di recuperare, in parte o del tutto, quella libertà di decisione che l’assunzione di precisi ruoli sociali sembra negare, ma è un tentativo di cui bisogna saper valutare le difficoltà ed i rischi.
Come genitori possiamo essere tendenzialmente autoritari o tenden-zialmente comprensivi, come ragionieri possiamo essere tendenzialmente zelanti o tendenzialmente pigri, come habitué di un circolo possiamo assillare gli amici coi nostri problemi personali o essere estremamente generosi nell’ascolto. Leggeri scarti lungo questi assi sono compatibili col ruolo assegnatoci, ma bisogna sapere che maggiore è lo scarto e maggiore sarà la probabilità di essere puniti socialmente e maggiore la durezza della sanzione.
Per godere di una completa libertà di azione è in teoria possibile anche un rifiuto totale dei ruoli assegnati, ma in tal caso ci troviamo di fronte a ciò che la sociologia definisce “devianza”. Personalità molto carismatiche a volte riescono anche ad imporre nuove regole agli altri ‘attori’, ma in genere questi non gradiscono, e non permettono, lo stravolgimento delle regole del gioco: c’è chi teme di perdere posizioni di privilegio acquisite nel tempo e chi, in un temporaneo vuoto fra vecchie e nuove regole, teme di non riuscire a ricollocare se stesso nella società ed a ri-orientare il proprio stile di vita. Le innovazioni di ruolo sono possibili, ma vanno costruite in tempi che permettano agli altri attori di adeguarsi senza il timore di subire contraccolpi pesanti e irreversibili.
Cataldo Marino

.* Questo articolo è frutto di una rilettura del II capitolo del libro di Ralph Dahrendorf “Homo sociologicus”, Ed. Armando Armando, 1966, pagg. 39-46.
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giovedì 17 maggio 2012

Filmdarivedere: Pranzo di nozze (Usa,1956)

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Il giorno delle nozze è un po’ dovunque quello più importante e festeggiato. Naturalmente lo è molto di più nei paesi in cui il divorzio è difficile e molto meno in quelli in cui alle prime difficoltà si può tornare indietro. Insomma la prospettiva di durata del matrimonio incide sulla solennità della cerimonia e sulla fastosità dei festeggiamenti, ma comunque, rispetto agli altri eventi speciali della vita, quello delle nozze resta il più importante.
Spesso però, dietro i festeggiamenti, si celano veri e propri drammi familiari. E’ il caso della famiglia di un povero tassista, protagonista del film, il quale lavora da dieci anni alle dipendenze di una agenzia, guadagnando pochi dollari e facendosi i turni di notte. Coi pochi soldi guadagnati ha tirato su una famiglia ed è riuscito a fatica anche a mettere da parte tremila dollari, che vorrebbe utilizzare per migliorare la sua vita. C’è un taxi usato, in vendita a seimila dollari, e lui potrebbe acquistarlo in società con un amico che ha fatto lo stesso percorso lavorativo. E’ un progetto accarezzato per anni, perché è difficile abituarsi a lavorare di notte e dormire di giorno. Ma adesso la sua realizzazione è finalmente a portata di mano.

La sua è una famiglia modesta: lui è un gran lavoratore, la moglie è una brava donna di casa con scarse pretese e la figlia una ragazza senza grilli per la testa. Tutto, fino a un certo punto, è andato secondo le previsioni, ma improvvisamente arriva una novità che sconvolge i piani del tassista: la figlia Jane e il suo fidanzato Ralph hanno deciso di sposarsi nel giro di pochi giorni. Ecco il dialogo in cui lei ne dà notizia ai genitori, Tom e Agnes, in cucina durante la colazione:

Agnes    (aprendo il frigo) Ecco lì… il ghiaccio tutto squagliato.
Tom   No! Niente novità in questa casa, finché non ho comprato un taxi.
Agnes   Non ho detto di comprare un altro frigorifero, io!
Tom   Ahhhh!
Jane   (entra in cucina) Ciao papà
Agnes   Ti ho sentita rientrare tardi ieri sera. Dove sei stata?
Jane   Sono andata con Ralph da padre Murphy.
Agnes   Padre Murphy… adesso.
Jane   Mamma… senti…mamma… Ralph e io ci sposiamo
Agnes   (perplessa) Jane… sono felice
Jane   Beh, ci siamo decisi perché un amico di Ralph trasloca in California. Ma sua moglie ora è incinta, e così ha chiesto a Ralph se c’era qualcuno che gli portasse l’auto fin là, perché lui non può, per via della moglie. E Ralph ha pensato che era l’ideale, per una luna di miele, un viaggio in California. Ralph finisce il corso proprio il 3 novembre, cioè domani, e il corso invernale ricomincia fra tre settimane, e perciò abbiamo pensato di sposarci il 6 novembre. Padre Murphy è d’accordo e domani leggerà le pubblicazioni e ci darà la dispensa. Vi dico subito che non vogliamo feste per il nostro matrimonio. Ci sposiamo, punto e basta.
Tom   Un’ottima idea, Jane.
Jane   Niente ricevimenti né altre storie, perché non vogliamo partire stanchi. Sarà una cerimonia brevissima.
Tom   Proprio un’ottima idea, ti dico.
Jane   Niente pranzo di nozze. Niente.
Tom   Tutte fesserie che fanno buttare un sacco di soldi. Tuo cugino Joe ha detto che ha speso più di 3.000 dollari per le nozze di sua figlia.
Agnes   (delusa) Jane, se è un matrimonio semplice che vuoi, lo avrai.
Tom   Tremila dollari per un pranzo di nozze! C’è da farsi venire un accidente
Agnes   Sei una brava figliola. Comunque, noi ti daremo un assegno di 500 dollari.
Tom   Cinquecento?
Agnes   Oh, santo cielo, Tom. La tua unica figlia si sposa. Altro che questo ti costerebbe, se volesse fare un ricevimento.
Tom   Ma io non dico di no. S’è sempre detto di darle un assegno, ma non si è mai parlato di cifre.
Jane   Vi prego, noi non vogliamo niente, vogliamo solo sposarci. Il 6 novembre in chiesa ci sarete solo voi, il padre e la madre di Ralph e forse Alice, perché io sono stata damigella alle sue nozze. Nessun altro.
Agnes   Dovrai invitare anche lo zio Jack.
Jane   Ma se invito lo zio Jack, devo invitare anche lo zio Henry
Agnes   Però vive qui, insieme con noi.
Jane   Mamma, soltanto voi genitori. Vorrei tanto invitare lo zio, ma poi gli altri si offenderebbero.
Agnes   Si, questo è vero. Se lo dici a uno, devi dirlo a tutti e… allora poi, ci vuole un ricevimento.

La situazione comincia a complicarsi. Anche perché la mamma ha qualche sassolino nella scarpa: ha vissuto male la eccessiva sobrietà del giorno delle proprie nozze e per la figlia desidera qualcosa di più. Un qualcosa che, col passare delle ore e dei giorni, dal momento dell’annuncio della figlia diventa sempre più grande: gradualmente cresce il numero degli invitati, il dono dei genitori, il costo del pranzo e degli abiti.
Dei tremila euro risparmiati per l’acquisto del taxi, cinquecento andrebbero in dono agli sposi e la lista degli invitati si allarga prima allo zio Jack, che convive con loro, e poi di conseguenza, a tanti altri parenti, che altrimenti se la prenderebbero. E poi inizia la compilazione di una lunga lista di amici, ai quali si sommano i parenti e gli amici del fidanzato. Un matrimonio modesto si va trasformando di giorno in giorno in una grande cerimonia, in cui dimostrare a tutti di essere una famiglia agiata e generosa.

Ed è a questo punto che nasce il dramma: il tassista dovrà rinunciare al suo sogno e continuare per tutta la vita a fare i turni di notte? Oppure la mamma dovrà vergognarsi con le amiche per il fatto di non aver saputo dare alla figlia ciò che gli altri genitori normalmente danno? E la figlia, presa tra due fuochi, soffre. Non vorrebbe dare dispiacere a nessuno dei due, ma pare non ci siano soluzioni intermedie che limitino i danni: qualcuno dei due dovrà soffrire e… la colpa è sua.
I film americani di quegli anni finiscono normalmente per appianare le cose e anche in questo caso, se proprio non si può parlare di lieto fine, il dramma si stempera. Vince il buonsenso: la figlia si impone con la madre, il matrimonio si farà come lei aveva progettato inizialmente e al papà rimarrà il denaro sufficiente per comprare il suo taxi e cambiare vita.

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Così si risolvono le cose nei film americani, ma nella realtà attuale, almeno quella italiana, le cose vanno ben diversamente: per un bel pranzo di nozze e una bella cerimonia le famiglie sono ancora pronte a svenarsi.
Io non vado alle feste di nozze, faccio il regalino che mi è possibile fare, ma risparmio sulla tenuta di gala e mi risparmio due ore di benedizioni in chiesa e cinque o sei di esagerate e lente abbuffate al ristorante. L’automobile resta semipulita o semisporca, senza lavaggi d’occasione, e agli strombazzamenti che provocano le infinite imprecazioni dei vicini, non ci penso neppure. Finora, anni sessantatre, ho partecipato alle nozze della sorella maggiore, del fratello minore, di un amico d’infanzia, che è quasi un fratello, e di un nipote che ho avuto l’onore di tenere a battesimo, oltre naturalmente a quelle con la mia fidanzata. Chiuso!
Però, ho ascoltato molto a proposito di queste feste. Ed ecco cosa ho saputo.

Dove vivo io, in media gli invitati sono duecento (cento per i più tirati, trecento per i più spendaccioni o per coloro i quali noblesse obblige), e questo a prescindere dal reddito familiare, anzi mi sa che più si è poveri e più si è costretti a dimostrare di non esserlo!
Il ristorante dev’essere bello (oggi ci sono locali che vivono quasi prevalentemente sui matrimoni) e il menu ricco, variegato e con pietanze non comuni, perciò non te la cavi con meno di centocinquanta euro per posto. A questo punto io, che ho dedicato un bel po’ del mio tempo ad insegnare come si fanno certi conticini, non posso non togliermi lo sfizio di fare una moltiplicazione: 200 persone x 150 noccioline = 30.000 noccioline.
E va bene, hai avuto tempo trent’anni per vedere crescere tua figlia e non hai messo da parte mille noccioline all’anno per farla felice nel giorno più bello della sua vita? Ma che padre saresti?
Il fatto è che - stavo per dimenticare - ci sono altre spesucce. I parenti e gli amici che abitano lontano e fanno un lungo viaggio per partecipare alla vostra gioia, li mandate in albergo? Vergogna! Gli si prenota una bella stanza in hotel. Vediamo: 20 stanze per 100 noccioline = 2.000 noccioline. Va bene anche questo.
Poi ci sono l’abito da sposa, i fiori in chiesa, il servizio fotografico, le bomboniere e il regalino al parroco che assicurerà, lui, l’amore per tutta la vita. Altre 10.000 noccioline ci vorranno.
In famiglia si è in quattro e tutti bisogna presentarsi con abito, camicia, cravatta e scarpe mai usate prima e di buona fattura. C’è chi risparmia di più e chi di meno, ma al di sotto delle 2.000 noccioline in queste cose è difficile scendere.
Fatto il matrimonio, i genitori usano fare un regalino speciale ai ragazzi. Quando non si tratta dell’appartamentino, cosa riservata a pochi eletti, bisogna almeno pensare all’arredamento e assicurare un bel viaggio di nozze. Cinquant’anni fa mia moglie ed io lo abbiamo fatto, tornando da Assisi alla città in cui avremmo vissuto, passando per Perugia, Siena e Livorno (abbiamo visitato il santuario dove si erano sposati i suoi) e poi giù dritti verso casa. Eh, cosa c’è di più bello per due giovani appena sposati?
Ma oggi una cosa del genere sarebbe veramente vergognosa. Si fa una capatina in Scandinavia o a Madrid e, se i genitori non sono tirchi, perché non soddisfare il desiderio di una piccola crociera? Non ho idea di quanto possa costare un viaggio del genere, oggi normalmente di durata non inferiore ai quindici giorni. La butto là: 5.000 noccioline, che si sommano ad altre 10.000 per un arredamento essenziale e sobrio.
Dunque, tirando le somme, mi sa che con meno di 55.000 noccioline non si fanno le cose comme il faut.

A chi finiscono tutte queste noccioline? Ai ‘rastrellatori di noccioline’ naturalmente, i quali tuttavia, se il tutto si limitasse a questo, non potrebbero comunque tirare a campare. E infatti finora non abbiamo tenuto conto di quanto spende la ‘controparte’, gli invitati.
Ne abbiamo supposto 200, ma i ragalini si fanno per nucleo familiare e, ipotizzando nuclei di tre persone, possiamo prevedere settanta regalini, ai quali si aggiungeranno quelli degli invitati per i quali il semplice telegramma sembra inadeguato rispetto ai rapporti di affetto e stima che li legano a qualche familiare degli sposi. Ora, le famiglie che parteciperanno alla marcia nuziale e alla grande bouffe sanno in genere che per loro sono andate via 450 noccioline: possibile fare un regalino di meno di 300? Bene, 100 regalini da 300 noccioline fanno 30.000 noccioline, giusto quanto si è speso per la ristorazione.
C’è però da dire che i negozi di abbigliamento non stanno lì sul corso per non vendere nulla: questi invitati non possono mica presentarsi con la stessa giacca con cui sono stati visti all’ultimo incontro. Ognuno di loro dovrà usare la cortesia di un abbigliamento nuovo ed adeguato alla situazione: 200 persone entreranno dunque, qualche giorno prima, nei negozi per comprare un bel vestito grigio con righine azzurre, una camicia intonata, belle scarpe lucide e strettine, cravatta o papillon, a piacere. Se ognuno ci lascia 300 euro (ed è anche pochino), il famoso mercato della moda made in Italy si arricchirà di 60.000 euro, che si aggiungono ai 30.000 per i regalini.
Un matrimonio come si deve, dunque, porta via circa 55.000 euro (adesso chiamiamoli per quello che sono) agli organizzatori e circa 90.000 agli organizzati, per un totale di 145.000 euro. Se in un anno i matrimoni sono 100.000, si crea un giro di affari di più di 14 miliardi di euro.

Ecco come si dà fiato ad una economia in affanno: si fanno sposare più persone in giovane età.
Monti è un grande economista bocconiano e nelle sue formule dovrebbe tenere conto di questa variabile: i matrimoni sono in grado di incrementare notevolmente l’economia reale e di infliggere un colpo decisivo allo spread.
Ma purtroppo i giovani, da questo orecchio, non ci sentono. Non sarà perché sanno che, anche dopo sposati, è difficile trovare lavoro? E che i risparmi dei genitori si assottigliano giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno. E che il matrimonio darebbe loro il colpo definitivo?

Nota. Per chi si fosse annoiato o rattristato per via dei budget finora esposti, consiglio di vedere o rivedere “Pranzo di nozze”. Vedrete un bravo tassista (Ernest Borgnine, quello di “Marty, vita di un timido”), una madre isterica (Bette Davis) e una dolce e bella fidanzatina (Debbie Reynolds). Al motto di “Divertirsi e poi meditare”.
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mercoledì 16 maggio 2012

I racconti di Fulvio Musso

Questo mese i Racconti di Fulvio sono due. Scritti in tempi diversi, ma sempre con lo stesso, ineguagliabile stile elegante, e sempre portatori di un messaggio insieme triste e pungente, ironico ed autoironico, secco e preciso, realistico eppure fantasioso.
Far convivere gli opposti è impossibile quando si cerca a tutti i costi di razionalizzare i fatti, ma non tutti i fatti sono razionali.




Un desiderio che si chiama tram

Era il periodo in cui tentavo la sfortuna in fabbrica. A Milano.
Pochi anni, pochi soldi e, in testa, nient’altro che i riccioli. Pagata la pensione, avevo bell’e finito la paga.
Il mio caposquadra, che mi voleva bene, filava una inserviente della mensa per farmi avere una doppia porzione giornaliera di pastasciutta così che arrivassi al giorno dopo senza svenimenti: “a causa tua mi toccherà scoparla”, rideva.
La fame ispirerebbe poeti e pittori, dicono. In realtà, pensare a stomaco vuoto è un’impresa disperata e, in quella situazione, ci si può soltanto innamorare che, infatti, è una condizione psicolabile.
Innamorato lo ero in continuazione e, non appena accennava a passarmi, mi “facevo” di nuovo perché quella era la mia eroina.
Per le conquiste non potevo permettermi i dancing o le balere che frequentavano i miei amici: il solo biglietto alla mia portata era quello del tram. Così, per un giorno smettevo la bicicletta, investivo i miei risparmi in due biglietti e mi permettevo il lusso sfrenato di un tramvai.

Più che strafighe, le ragazze me le cercavo carine perché erano quelle che più mi scioglievano.
La mia tattica, d’una semplicità disarmante, era fatta di sguardi morbidi e non troppo insistiti per non dare disagio. Purtroppo erano occhiate a senso unico perché le carine, dopo un primo lampeggio, guardavano ovunque meno che nei miei occhi dei quali, tuttavia, non perdevano un solo battito di ciglia.
La mia fermata era quella dei poveri cristi, cioè il capolinea e l’innamoramento avveniva, di solito, quando scendeva la Carina. Ormai al sicuro sul marciapiede e fatti salvi i suoi vincoli, compreso il pudore che era sempre il più restio, la Carina cercava i miei occhi attraverso il finestrino per abbandonarsi a un unico, prolungato sguardo saturo di tutto, compresi arco e freccia per infilzarmi come un pollastro. A volte, in quegli occhi che s’allontanavano sul marciapiede, credevo di cogliere un grido in risposta al mio, e mi turbavo ancor più.
Il giorno dopo, innamoratissimo, tornavo alla mia bicicletta, d'altronde non c’avevo una lira per reggere nemmeno una mezza morosa, né la disinvoltura per propormi.

Erano amori fuggevoli come i saluti alla stazione e presto dimenticati come si dimentica l’ombrello nei bar. Amori che duravano il tempo di una luna e quando questa tramontava, tornavo a “farmi” in tram.

Credo che quei successi platonici dipendessero dal fascino dimesso e gentile che hanno povertà e timidezza guarnite di riccioli. Poveri monili che bastavano ai sogni di molte ragazze. Per me e per loro, un grappolo di palloncini colorati per sollevarci appena.

Però non mi andava sempre così bene. Una volta incappai in una tipa molto spigliata, e con tutt’altro grido nello sguardo, che m’infilò nel suo letto facendomi scoppiare tutti i palloncini. (Fulvio Musso, 2012)

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“Nina, te ti ricordi /quanto che g’avemo messo /a andar su’ sto toco de leto /insieme a fare l’amor..
Sei ani a far i morosi /a strenserla franco su franco /e mi che ero stanco /ma no te volevo tocar.
To mare che brontolava /“quando che se sposeremo”, /el prete che racomandava /che no se doveva pecar..
E dopo, se semo sposati /che quasi no ghe credeva /te giuro che a mi me pareva /parfin che fusse un pecà.
Adesso ti speti un fio /e ancuo la vita xe dura /a volte me ciapa la paura /de aver dopo tanto sbaglià.
Amarse no xe no un pecato, /ma ancuo el xe un lusso de pochi /e intanto ti Nina te speti /e mi son disocupà./E intanto ti Nina te speti /e mi son disocupà.” (“Nina, ti te ricordi” di Gualtiero Bertelli, 1966)*

Il testo della canzone di Bertelli, che segue il racconto di Fulvio Musso, racconta una storia d’amore. Fatta eccezione per De Andrè, De Gregori e pochi altri poeti-musicisti, le canzoni raccontano quasi sempre storie d’amore, ma questa è un po’ diversa, perché denuncia come l’amore possa essere “disturbato” dalle condizioni materiali di vita. Forse è per questo che Gad Lerner lunedì scorso 7 maggio, con la sua sensibilità per il sociale, ha voluto riproporla in diretta, con la voce commossa del suo autore, a distanza di quasi cinquanta anni dalla sua composizione.
Non molto diverso dalla emozionante canzone di Gualtiero Bertelli è, sotto questo aspetto, il racconto di Fulvio Musso che oggi propongo in questo blog: una gioventù difficile, fatta di privazioni e di emozioni delicate, tenute sotto controllo per il timore che si trasformino in impegni difficili da mantenere, la cui proiezione nel futuro sottrae all’età giovanile la sua naturale baldanza. Una condizione particolare che si innalza a rappresentazione della comune umanità: un altro piccolo capolavoro letterario di Fulvio, con sottili implicazioni… ‘socio/logiche’.
Cataldo Marino


.* Per tutti coloro che volessero riascoltare “Nina ti te ricordi” segnalo il video http://www.youtube.com/watch?v=05uy3IEGKmU  . Per chi invece ha scarsa confidenza col dolce dialetto veneziano e volesse capirne meglio il testo, segnalo una pagina web con la traduzione:
http://amischanteurs.org/wp-content/uploads/82.pdf  


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L’amico

Per quanto sprovveduto, penso che nessun insonne abbia mai tentato l’espediente di contare le pecore.
Io ci ero andato vicino quando, una notte, provai a contare tutte le facce che conoscevo. Non funzionò perché incocciai quasi subito il volto di una poliziotta fetente che, due giorni prima, mi aveva rifilato una multa stratosferica. Così non chiusi più occhio.

Ho un amico che fa esattamente questo. Passa in rassegna tutte le facce che conosce e, incredibilmente, non si limita a registrare i volti, ma addirittura ogni espressione o smorfia di una stessa faccia delle quali cerca di penetrare sentimenti, sensazioni, emozioni.
Siccome vive prevalentemente in casa, le facce che conosce sono abbastanza poche, ma moltiplicate per ogni possibile mimica e situazione, queste diventano una folla sterminata.
Questa eccezionale capacità gli deriva certamente da una memoria visiva eccellente, ma soprattutto da quella rara dote proustiana o pascaliana di “saper vivere nella propria stanza” con un’intensità che altri non provano girando il mondo intero.

Fra le sue registrazioni più frequenti, vi è quella di un signore che incontrava ogni mattina di buon’ora. Una specie di burocrate dall’abito grigio male accessoriato per via delle scarpe trascurate e delle cravatte fuori moda. Aveva lo sguardo assorto di chi è già immerso nel proprio lavoro un’ora prima di entrare in ufficio. Ē una figura che non vede ormai da anni e che, probabilmente, non rivedrà più.
Ricorda poi, con qualche nostalgia, una bambina che lo guardava ridendo in braccio al suo papà. Sono figure ormai sbiadite.
C’è poi un tipo scamiciato, che incontra tuttora, dall’aria familiare e distratta di chi ha dimenticato la caffettiera sul gas da quaranta minuti.
Attualmente, il mio amico incoccia sempre più spesso un signore maturo che a volte parla da solo, oppure ha gli occhi arrossati come chi è commosso per qualcosa, magari un nonnulla. Ogni giorno, costui gli sembra più indifeso come se ogni emozione lo toccasse sempre più violentemente, quasi non avesse più nemmeno la protezione della propria pelle. Pian piano, gli sta venendo simpatico.

Quando il mio amico li incontra, tutti costoro lo fissano ostinatamente. Ma, per quanto cerchi di scrutarli a sua volta, non riesce ad intuire cosa s’aspettino da lui che, invece, vorrebbe soltanto capire finalmente qualcosa di loro e, di riflesso, di se stesso.

Il mio amico ed io ci incontriamo abbastanza regolarmente.
Una volta soltanto ho trascorso venti giorni senza vederlo e, quando l’ho ritrovato, ci siamo scambiati un lungo sguardo nel quale, credo, ci siamo amati intensamente.
Era successo che me n’ero andato in campeggio da qualche parte e, in quel posto, non esistevano specchi. Di nessun tipo. (Fulvio Musso, 2012)

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“Quando il mio amico li incontra, tutti costoro lo fissano ostinatamente. Ma, per quanto cerchi di scrutarli a sua volta, non riesce ad intuire cosa s’aspettino da lui che, invece, vorrebbe soltanto capire finalmente qualcosa di loro e, di riflesso, di se stesso.”
Tutti apprezziamo i racconti ‘taglio web’ di Fulvio Musso per il suo stile elegante ed i sottili pensieri. A me essi dicono però anche qualcosa di diverso, risvegliando spesso nella mia mente alcune letture giovanili, rese ormai sbiadite e incerte da un prolungato letargo rispetto ad esse, letargo dovuto alle tante altre necessità della vita.
Ad esempio, il passo sopra riportato mi ha subito ricondotto al libro “Mente, sé e società” di George Herbert Mead, uno psicologo sociale che credo abbia avuto il merito di anticipare un concetto cardine della sociologia, quello di ‘ruolo’, più tardi approfondito e sistematizzato da Talcott Parsons e Ralph Dahrendorf.
In breve. Osservando gli altri, ci accorgiamo di essere a nostra volta osservati e, dal significato che attribuiamo a gesti e parole, cerchiamo di capire cosa essi si aspettano da noi (meccanismo indispensabile per non deluderli oltre misura e per evitare sanzioni sociali come il disprezzo e l’emarginazione, che, potendo far crollare l’autostima, in genere condizionano il nostro comportamento più di quanto non lo faccia il timore di possibili pene pecuniarie o detentive).
Ad un certo punto però, oltre che gli altri, cominciamo ad osservare anche noi stessi. Non possiamo farlo esattamente nel momento in cui agiamo, ma ci diventa possibile un attimo dopo, o dopo un giorno o dopo uno o più anni. Nell’individuo - sostiene Mead *- coesistono un ‘me’ e un ‘io’. Il ‘me’ è il ruolo, cioè una serie di comportamenti correlati all’età, il sesso, il lavoro ecc., che gli altri ci attribuiscono e che noi, entro limitati ambiti di discrezionalità, accettiamo interiorizzandolo. L’ ‘io’ è invece quella parte dell’individuo che prende le decisioni; ma che, prima e dopo aver agito, ripensa se stesso, da soggetto si fa anche oggetto di riflessione. E fa questo tenendo conto, più o meno consciamente, anche del punto di vista degli altri.


.* Delle idee di George Herbert Mead, filosofo e sociologo americano (1863-1931) , autore di “Mente, sé e società”, si trova oggi sul web una seria e sistematica esposizione sul sito del giovane filosofo Diego Fusaro, ricercatore presso l'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano ed autore di diverse pubblicazioni, molto apprezzate sia nel mondo accademico che sul web. http://www.filosofico.net/mead.htm

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lunedì 30 aprile 2012

Invidia e diffidenza

Nella vita di ogni uomo ci sono eventi realizzati ed eventi attesi, alcuni auspicati ed altri temuti. In genere anche le persone con cui si hanno contatti quotidiani in virtù di rapporti familiari o lavorativi o di amicizia, hanno comprensibili remore a parlarci degli eventi negativi. Della propria crisi matrimoniale o delle difficoltà di saldare un grosso debito non si parla con chiunque e neppure con amici e parenti che si frequentano con discontinuità, ma solo con qualcuno che sentiamo particolarmente vicino e della cui discrezione ci fidiamo completamente. Il non parlare di queste cose personalissime e negative è un più che legittimo atto di difesa della propria privacy e, nel contempo, un atto di generosità: perché scaricare sugli altri parte dei nostri personali fardelli?

Ben diversa è la spiegazione dell’estrema reticenza a comunicare ad altri gli eventi positivi, quelli che migliorano la qualità della vita. Alcuni colleghi, con cui ero anche in buoni rapporti di amicizia, mi comunicarono ad esempio il loro trasferimento in una sede più gradita solo quando se ne ebbe la notizia ufficiale. Ora, bisogna sapere che le domande per ottenere un trasferimento in altra scuola si presentano in febbraio, mentre le graduatorie ed i risultati vengono resi pubblici in giugno. Dunque per cinque mesi io parlavo quotidianamente con questi amici, i quali però mi nascondevano i loro progetti e le loro speranze. Nella loro reticenza, in questo caso mi sembra di non poter ravvedere nessun motivo apprezzabile: se un amico mi comunica una buona notizia sul suo lavoro o in altri campi, non posso che esserne felice. Ma evidentemente ci sono persone che non la pensano così. Chi sono queste persone?

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L’invidia genera il timore di essere invidiati e, quando questo timore si associa alla sottocultura della superstizione, i soggetti ammorbati dal più dannoso dei peccati capitali (superbia, gola, lussuria, ira, avarizia e accidia non hanno la malefica incidenza sociale dell’invidia), diventano diffidenti e guardinghi verso chiunque. La superstizione li induce a credere che altri, con la forza del pensiero e dei sentimenti cattivi possano modificare la loro situazione oggettiva. Quegli amici, a cose fatte ed ormai irreversibili, diedero finalmente la loro felice comunicazione, ma nei cinque mesi di attesa, secondo loro, gli spiriti malvagi dei colleghi avrebbero potuto influire negativamente sull’esito delle loro aspirazioni.

Cosa si può dire di persone che vedono il male dappertutto e che, nell’era del trionfo delle scienze esatte e della tecnologia, temono ancora che il malocchio possa provocare loro dei danni? Si badi che, a credere in queste cose, non sono solo la casalinga e il muratore con la terza media; ci sono anche fior di professionisti che per lungo tempo si sono dedicati allo studio di grossi tomi di economia, di chimica o di anatomia. Come si conciliano questi loro studi col ritenere che l’eventuale sentimento negativo di un amico o di un parente possa influire sul loro posizionamento in una graduatoria, redatta secondo precise disposizioni normative?
Evidentemente gli studi fatti si sono momentaneamente sovrapposti ad una matrice culturale più antica e profonda, che è però rimasta intatta e che in ultima analisi determina i loro atteggiamenti e le loro relazioni sociali.

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Inquadrata la componente culturale della superstizione, resta da spiegare quella psicologica, cioè di come - similmente al ladro che finisce per temere i furti in casa propria e al violento che teme anche per futili motivi le violenze altrui - il nutrire un costante sentimento di invidia verso gli altri possa generare il suo opposto: il timore sistematico di subire l'invidia da parte degli altri.
Una vecchia zia, circa trent’anni fa, citò un motto dialettale che, pur se stilisticamente poco raffinato, è rimasto ben impresso nella mia mente: “U cane ‘e Renz/com’è, si penz” (il cane interpreta le intenzioni ed i comporta-menti umani in base alle intenzioni proprie ed alle proprie abitudini).
Il prof. Umberto Galimberti, nel suo "Dizionario di psicologia" (Utet, 1992), alla voce "Proiezione" spiega più scientificamente questo rovesciamen-to delle proprie colpe e delle proprie paure verso l'esterno (oggetti, persone, gruppi sociali o entità mitologiche)  prima in termini psicoanalitici e poi in base ad alcune tecniche di ricerca psicologica.
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Interpretazione psicoanalitica:
"La proiezione è un meccanismo di difesa inconscio con cui il soggetto reagisce a eccitazioni interne spiacevoli (…), negandole come proprie e attribuendole a cose ο persone esterne. Per Freud la proiezione è alla base della superstizione, della mitologia e dell'animismo..."
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L'interpretazione psicologica non si discosta molto da quella precedente:
"Partendo dall'ipotesi che esista una correlazione tra il mondo interiore (Innenwelt) e il mondo circostante (Umwelt), che ciascuno interpreta a partire dal proprio mondo interiore, sono state messe a punto tecniche proiettive in cui il soggetto, posto di fronte a stimoli ambigui, deve fornire risposte interpretative che, adeguatamente decodificate, permettono di individuare i tratti essenziali della sua personalità."
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domenica 29 aprile 2012

Libro. Fai-da-te

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Da oltre due anni ho l’abitudine, quasi un impegno con me stesso, di pubblicare sul blog due articoli al mese. In aprile sono però andato “in bianco”, e c’è un motivo ben preciso: mi sono fatto venire in testa l’idea di raccogliere in un volume tutti gli scritti pubblicati fino a febbraio, per farne omaggio a quei trenta o quaranta amici più stimati che, appartenendo alla mia generazione ed avendo poca dimestichezza con internet, non hanno avuto l’opportunità di leggere le mie divagazioni senili.
All’inizio l’impresa si presentava di una facilità estrema. Scartata l’ipotesi di una pubblicazione in tipografia, dove pretendono alte e costose tirature, per cui buona parte delle copie finisce in soffitta, mi sono collegato al sito di un editore on demand. Per un librino di 200-250 pagine il costo unitario, spedizione compresa, era sopportabile, ma bisognava utilizzare un loro template (modello) che condizionava il formato e l’impaginazione e poneva dei problemi riguardo ai margini e, last but not least (ultimo ma non meno importante), avrebbe contenuto il nome di quel sito (‘Il mio libro’), che faceva pensare più alle prime esperienze letterarie di un adolescente che alle pensose riflessioni di un anziano.

Scartata dopo varie prove questa idea, ho pensato di risolvere la cosa in modo ugualmente economico e veloce, trasformando l’originario documento word in un pdf formato opuscolo e portandolo in copisteria per la stampa digitale. I giovani amici, che conosco da quando erano dei piccoli apprendisti, fecero alla svelta la prima copia e, alla mia richiesta di unire i fogli coi punti metallici, metodo di rilegatura a cui avevo fatto ricorso per il mio breve pamphlet “Il disagio degli insegnanti” nel 2000, mi hanno gradevolmente sorpreso con l’alternativa di una macchina per rilegatura con colla a caldo, di cui recentemente si erano dotati per venire incontro alle esigenze di stampa delle tesi dei laureandi. In pochi minuti mi ritrovai felicemente in mano un tascabile di bella forma e dal taglio regolare. Il costo era inferiore a quello della casa editrice on demand e, coi margini impostati secondo i miei gusti personali, nel confronto estetico era quasi migliore.
Tornato a casa mi accorsi però di alcuni difetti che, per un maniaco del perfezionismo come io mi riconosco, erano intollerabili: le pagine facevano una sgradevolissima ‘onda’, al centro del volumetto si notava poi una loro precisa suddivisione in due parti, giusto il punto in cui una enorme taglierina aveva diviso i fogli in due, e infine, nella rilettura completa del testo per eliminare eventuali errori della sillabazione automatica di word, i fogli non raggiunti con regolarità dalla colla, uno per volta uscivano (questo difetto nelle tesi di laurea in genere non emerge, perché difficilmente si ha voglia di rileggerle prima di farle finire intatte in un cassetto o uno scaffale). Pensai che con qualche accorgimento tutti quei difetti si potessero eliminare, ma, dopo vari tentativi relativi allo spessore della carta e al modo di operare i tagli centrali e laterali, necessari per giungere al formato progettato, mi dovetti rassegnare.
Raccontai per caso di questi problemi al mio fornitore abituale di prodotti informatici, il quale, occupandosi anche della vendita di fotocopiatrici, mi fece constatare di persona come esse funzionano all’interno: aprì uno sportellino e mi fece vedere gli ingranaggi. “I fogli passano da questo rullo”, mi spiegò, “e per imprimere il toner vengono portati ad una elevata temperatura. E’ come un piccolo… forno, che non può non deformare la carta, anche quella di un certo spessore o qualità”. Evidentemente la stampa digitale, fra cui bisogna includere le più economiche stampanti laser, doveva essere scartata e non restava che stampare sulla mia Epson a ink-jet , che però non avendo la funzione ‘fronte-retro’, costringe a digitare uno per volta i numeri delle pagine di cui si chiede la stampa.

E arrivo così al ‘fai-da-te’. Ho pensato di sobbarcarmi alla stampa di ogni singola copia con la mia Epson e di limitare il lavoro della copisteria alla rilegatura. Ma a questo punto la gentilezza dei giovani amici si trasforma in insofferenza: la sola rilegatura rende poco e vedermi arrivare ripetutamente lì per ogni singola copia per ricavarne solo pochi spiccioli, era evidentemente poco conveniente. Me lo fecero capire chiaramente con il metodo più sottile e penoso: il modo freddo di accogliere la mia presenza e soprattutto le scuse con cui, arrivato il mio turno, allungavano la mia attesa. L’ultima volta uno dei due piccoli imprenditori continuò, indefesso e con lo sguardo basso, per quindici minuti circa a fotocopiare un grosso tomo, lasciatogli là da qualcuno qualche giorno prima, come se io non ci fossi. Fu come dirmi di non andare più da loro. E così io feci.

A questo punto si trattava di fare tutto a casa, con pochi mezzi e scarsa esperienza. Ma, da buon calabrese, sono testardo e non rinuncio facilmente ai miei progetti. La prima cosa da fare era di cercare su internet le informazioni necessarie allo scopo e le trovai su due siti di persone, che definire generose è poco.
Il primo, quello di Gaetano Bracale, in arte ‘Franuvolo, alla pagina http://www.franuvolo.it/sito/idee/84-fogli-sparsi.html  spiega con dovizie di particolari “come rilegare i fogli sparsi”. Lui si avvale di uno strumento complesso progettato e realizzato da lui personalmente, ma mi sono accorto che la cosa più importante in fondo era la morsa, con cui tenere fermi i fogli quando li si incolla col vinavil e vi si praticano dei tagli (di 3 millimetri consiglia lui, ma credo sia meglio da un millimetro) per inserirvi uno spago che ne aumenta la tenuta. Il secondo sito ‘generoso’ è quello di Emiliano Bruni - http://blog.ebruni.it/blog/2011/11/come-rilegare-un-libro-in-modo-semplice-veloce-ed-economico.html  - il quale suggerisce un metodo simile al primo, ma più semplice e, come il primo, oltre alle istruzioni offre un video, in cui fa vedere come si opera praticamente.
Risolto il problema della stampa e della rilegatura, ne restava aperto ancora uno. Avevo riprogettato tutto col programma Publisher della Microsoft e con un formato tascabile di 11,4x17,5 e quindi c’era ancora bisogno di una taglierina per alti spessori, il cui prezzo non era commisurato al mio intento. Se non volevo tornare dai giovani copisti - e più non lo voglio assolutamente - dovevo trovare qualcun altro disposto ad aiutarmi. Lo trovo, è un vecchio amico che gestisce un negozio di oggetti per gli uffici: è gentile e disponibile, ma il primo taglio centrale dei fogli non è preciso e quindi alcune pagine vengono con un margine interno troppo stretto ed altre con un margine troppo ampio. Se non va bene il taglio centrale, figuriamoci quelli laterali, mi dico. Risultato: tre copie da cestinare.

Dei miei progetti e dei problemi connessi discuto intanto via mail con un amico ‘speciale’. Da più di un anno leggo i suoi racconti settimanali su un sito letterario, lasciando un breve commento, e da cinque mesi sul mio blog alterno i miei articoli con un suo racconto, dal quale cerco di estrapolare alcuni aspetti ‘socio/logici’: è, questa mia, una operazione certamente riduttiva, perché il maggior pregio di quei racconti è lo stile letterario asciutto e ironico eppure sempre attraversato dall’amara consapevolezza delle difficoltà della vita. Come nel Cechov dei primi racconti brevi giovanili, sotto un’aria divertita c’è sempre un tentativo di demistificazione e di condanna dell’ipocrisia. Non poteva nascerne, da parte mia, che una profonda ammirazione, che negli ultimi mesi si è trasformata in uno schietto rapporto di amicizia, di cui mi sento onorato. Dico schietto perché per due volte gli ho mandato, a lui che nel campo è un vero talento, dei miei vecchi esperimenti narrativi, e in entrambi i casi mi ha detto la verità: niente male, ma è meglio restare nel recinto della saggistica.
Bene, questo amico, appassionato del fai-da-te, mi ha risolto il problema della taglierina. Oltre a darmi altri utili consigli, mi ha fatto notare che, stampando su formato A4 e piegando il foglio in due, non c’era bisogno di tagliare nulla.
Io già ero a conoscenza di questo metodo, perché me ne ero avvalso per precedenti pubblicazioni con punti metallici, ma questa volta lo avevo scartato per il formato troppo grande che ne veniva fuori e anche perché con esso non sono rigorosamente rispettate le proporzioni a cui oggi siamo abituati dagli editori: c’è qualche millimetro in più nella larghezza, che fa pensare più a un libro scolastico che ad un saggio o un romanzo. Però, ho pensato, se lo ha utilizzato lui che scrive tanto meglio di me, perché scartarlo? In fondo, con qualche accorgimento estetico sulla copertina, si può ovviare all’eccessiva larghezza. E infatti, bastava una striscia verticale di diverso colore, parallela al dorso e distante pochi millimetri da esso, per diminuirne la piattezza.

Adesso sono alla terza copia. Per la stampa di fogli e copertina (che ha formato Legal anziché A4 perché deve contenere lo spessore del dorso del libro), per la piegatura precisissima di ogni singolo foglio e per l’incollaggio con vinavil dei fogli sotto pressa, ogni copia richiede due o tre orette di lavoro. Però poi è un vero piacere prendere il volume in mano e poter dire, come un antico artigiano, “l’ho fatto interamente io”.
Pensi il lettore che questa fisicità del lavoro risulta per me talmente appagante che, diversamente da come consigliano ‘Franuvolo’ ed Emiliano Bruni, la colla preferisco spalmarla con le dita anziché con un pennello: al tatto mi accorgo meglio dei punti in cui lo strato è un poco più spesso del dovuto e di quelli in cui invece è troppo sottile. Nella piegatura dei fogli in due, poi, succede che i bordi non coincidano tutti al millesimo di millimetro e per risolvere il problema, a questo punto, azzardo anche io qualche consiglio ad altri: un mazzo di fogli ben compresso ha la stessa compattezza del legno, dunque lo si può levigare con della comune carta vetrata o limare con un taglierino da un euro.
Con tutte le cose fatte in questo aprile 2012, di cos’altro potevo parlare sul blog, agli amici che ogni tanto vi fanno un salto? Per un mese ho abbandonato il ‘socio/logico’ per godermi l’artigianato, e questo articolo, sui generis rispetto agli altri, vuole esserne una semplice testimonianza. Chissà, vuoi vedere che il racconto delle proprie esperienze concrete può a volte essere più gradevole e giovare più di tante ipotesi e teorie? Mi sembra un sospetto fondato.
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venerdì 20 aprile 2012

I racconti di Fulvio Musso: "Il corpo"

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     Per non ferire gli occhi impastati di sonno, evitò di accendere la lampada sul comodino. Si diresse in bagno a tentoni, urinò e tornò verso la camera. Nella penombra gli sembrò di notare qualcosa sul letto che aveva lasciato vuoto. Allungò le mani e sentì una massa… come un corpo steso.
Si ritrasse bloccandosi. Poi cercò di dire qualcosa, forse voleva urlare, ma non riuscì a produrre suoni. Infine pensò che non poteva starsene così. Quella sagoma sembrava inerme, come un essere addormentato. Di nuovo allungò una mano, dapprima per scuoterlo, poi per tastarlo. La mancanza di reazione lo favorì e prese a percorrere quelle membra coi polpastrelli tremanti: ne sfiorò le braccia, il torace, il viso dove indugiò.
    
     Finalmente capì e, con movimenti lenti, d’automa, montò sul letto e s’infilò in quel corpo con l’impaccio di chi entra in un abito troppo su misura. Si sistemò al meglio, si mise tranquillo e aspettò un paio di giorni, sino a quando arrivò qualcuno a far casino, confermando quanto ormai gli era chiaro.

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   Per sette o otto ore al giorno tutti abbiamo una vaga esperienza dell’evento umano più comune eppure più ignoto e temuto. Ogni volta che spegniamo la luce e ci addormentiamo, diventiamo temporaneamente assenti agli altri e a noi stessi, e per tutta la vita siamo ben contenti di questo alternarsi di esserci e non esserci. Ciò che ci spaventa è infatti il sempre, il definitivo.
   Con questo racconto surreale e oltremodo inquietante – un temporaneo allontanamento dalla sua caratteristica vena ironica e rassicurante - Fulvio Musso prova ad esorcizzare l’irreversibile, ricorrendo ad una forma di sdoppiamento e mescolando nello stesso istante l’esserci e il non esserci.
   E’ un racconto che, in quanto a tema trattato e umori suscitati, potrebbe essere stato scritto da E. A. Poe, ma in quanto a stringatezza ed essenzialità, insomma in quanto allo stile, non può che essere ‘fulliano’.
   Il mio amico Musso – sottolineo il rapporto di amicizia in quanto ne sono molto onorato - definisce ‘fulminei’ i racconti fino a circa trenta righe, ‘brevi’ quelli fra trenta e ottanta, inadatti al web quelli che vanno oltre. Se volesse, potrebbe allargare gli uni e gli altri come con una fisarmonica, senza con ciò abbassare la qualità della melodia. Ma lui ha fatto questa scommessa letteraria e… i risultati gli danno ragione.
Cataldo Marino

Nota. Questo brano detiene il record storico dei voti nel sito letterario “Gentechescrive”
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giovedì 29 marzo 2012

Riflessioni pedagogiche: "I tempi dell'apprendimento"

Il mondo della scuola visto dall’esterno sembra molto semplice. Forse tutti i lavori, visti dall’esterno, sembrano semplici. Ma non è così, e per rendersene conto, senza ricorrere all’esagerazione del primo socialismo reale con la teoria della rotazione fra lavoro intellettuale e manuale, non sarebbe del tutto errato se almeno qualche mese all’anno i contadini facessero gli insegnanti e questi i contadini. Anche l’idea di cambiare lavoro almeno per tre o quattro volte nella vita non è poi del tutto stupida, ha un suo fascino: sarebbe “come vivere” tre o quattro volte. Forse significherebbe vivere tre o quattro volte, senza “come”. (1)
Dunque, si diceva, il mondo della scuola non è così semplice come potrebbe sembrare. Le pagine dedicate alla “Tipologia della valutazione” hanno già gettato un cono di luce sulla complessità di quell’aspetto della didattica.(2) Ora si vuole invece analizzare sia pur brevemente un altro aspetto dell’insegnamento: quello del rapporto fra quantità di programma svolto in un’unità di tempo, ad esempio un anno scolastico, e numero di allievi che raggiungono un soddisfacente livello di preparazione su quel programma svolto.
A tal proposito diciamo subito una cosa tanto ovvia da rischiare consapevolmente il dileggio: si tratta, usando il concetto con una certa elasticità, di un rapporto di proporzionalità inversa. Se il programma è minimo (ad esempio venti concetti, venti pagine del libro di testo, venti formule o teoremi, l’unità di misura più adatta dipende naturalmente dalla materia), a fine anno tutti gli alunni avranno imparato tutto, anche quelli con un livello di partenza basso o con capacità logiche limitate. Ma via via che aumentiamo il programma svolto, ad esempio non venti ma duecento concetti o formule, i ritmi di trattazione degli argomenti devono diventare più sostenuti, gli alunni meno capaci o meno attratti dallo studio incominciano a non farcela più, diventano demotivati e smettono di apprendere. A fine anno ci si ritroverà allora con un venti o trenta per cento che ha “mollato”. (3)
Se, per continuare nel ragionamento, arriviamo all’ipotesi paradossale di un programma di duemila concetti o formule, possiamo ragionevolmente ipotizzare che in tal caso saremo seguiti solo da quei pochi mostri di intelligenza e di bravura che forse abbiamo la fortuna di ritrovarci in classe.
Si pone allora per ogni insegnante un problema fondamentale: è più giusto svolgere un programma minimo ed essere seguiti da tutti o un programma “completo” ed essere seguiti da pochissimi ? Sarebbe molto bello poter risolvere il dilemma con una delle tipiche ed esilaranti battute del simpatico attore della banda Arbore, Massimo Catalano: meglio fare un programma ponderoso ed avere alunni tutti preparatissimi. Ma poiché programma e risultati dell’apprendimento, come prima detto, sono legati in modo inverso, ciò non è possibile.
Allora bisognerà fare una scelta drastica? Non necessariamente. A metterci in guardia contro l’eccessivo lavoro, causato agli allievi da uno svolgimento sconsideratamente frettoloso del programma, forse basta il consiglio taoista di Lao-Tsu: “Frustare in continuazione il cavallo non è un modo per giungere lontano”. (4) A metterci in guardia contro l’errore opposto, cioè un’esagerata riduzione del programma, basta invece un minimo senso dell’onestà: annoiare gli alunni per un anno intero sempre con le stesse quattro nozioni, si configurerebbe come inadempienza nel rapporto di lavoro, con tutte le conseguenze giuridiche e morali del caso.
Per fortuna ci sono soluzioni più equilibrate, come quella del “giusto mezzo”, propostaci da un pensatore di prim’ ordine come Aristotele, il quale invitava costantemente ad evitare sia l’eccesso che il difetto. (5)

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Note

.* Questo articolo è tratto dal mio pamphlet “Il disagio degli insegnanti” distribuito ai colleghi della mia città nel 2000, quando ero ancora in piena attività professionale, e ripubblicato nel 2007 sul sito personale http://www.itineraricataldolesi.it/  oltre che sul sito ufficiale del sindacato Unicobas e su altri siti amici.

.1 Oltretutto si concilia molto bene con la “flessibilità”, un’innovazione dell’organizzazione del lavoro, sempre più di moda nei salotti buoni dell’industria tradizionale come in quelli della new economy. Il riciclaggio dei lavoratori è un’idea che va sempre forte fra gli imprenditori, perché permette loro di assumere e licenziare alle condizioni che il mercato fa risultare di volta in volta più convenienti.

.2 Successivamente riportate nel blog alla pagina web http://www.ilsemedellutopia.blogspot.it/2011/01/una-tipologia-della-valutazione.html  

.3 Man mano che i risultati degli alunni meno dotati per l’apprendimento peggiorano, questi reagiscono allontanandosi emotivamente dallo studio. Gli insuccessi sono sempre demotivanti. Non convince l’idea che il dare voti bassi inciti allo studio, gli psicologi dicono il contrario. Per chi si è sacrificato una volta, occorre un “rinforzo” che giustifichi il secondo sacrificio. In tal modo si attiva un circuito virtuoso, mentre le frustrazioni attivano un circuito negativo.

.4 Lao-tzu (secolo VI o V a.C.): “Wen-tsu” (Capire i misteri), cap. 10.
Si tratta di uno dei più importanti testi del taoismo, ricco di massime accattivanti come quella sopra menzionata. A titolo di esempio, per diletto e a fini pedagogici, mi piace riportarne qualcun’altra.
- “Quando sono promulgate troppe leggi, ci sono tanti ladri e banditi” cap. 10.
- “La Via del cielo consiste nell’abbassare l’elevato e nel rialzare il basso, nel ridurre l’eccessivo e nell’aumentare l’insufficiente” cap. 39.
- “I saggi, quando vogliono convincere gli altri, per prima cosa convincono se stessi” cap. 67.
- “Gli uomini esemplari devono fare del bene, ma non necessariamente possono raccoglierne i frutti” cap. 66.

.5 Ogni persona che ha conoscenza fugge l’eccesso e il difetto, invece è il giusto mezzo che cerca ed è questo che sceglie.” (Aristotele “Etica nicomachea” libro II, 1106 b 5- 6)
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